Il 29 settembre 1978, dopo soli 33 giorni di
pontificato, Giovanni Paolo I venne trovato esanime nel suo letto.
Papa Luciani aveva 65 anni e sino allora aveva goduto di buona salute.
Questa la versione ufficiale fornita dal Vaticano: “Verso le
cinque e mezzo, il segretario privato del Papa... lo ha trovato morto
nel letto con la luce accesa, come se fosse intento a leggere”.
La causa della morte venne fatta risalire a un infarto del miocardio,
ma secondo Lei, si tratta di una diagnosi senza fondamento, senza
autopsia, almeno ufficiale, e basata su informazioni manipolate. Nei
suoi libri, Se pedirá Cuenta (1990), El día de la cuenta (2002), lei
ripropone la tesi dello scrittore inglese David Yallop con un libro
che è diventato un best-seller nell’84, In God’s name,
che lanciò l’idea che Papa Luciani fosse caduto vittima di un
complotto ordito da alcuni (prelati o no) preoccupati dalle decisioni
che stava per assumere e che avrebbero stravolto la struttura dei
vertici della Chiesa.
Perché il Vaticano generò immediatamente sospetti con alcune contraddizioni
presenti nelle prime dichiarazioni dei più stretti collaboratori e
nei comunicati ufficiali?
I sospetti non sono dovuti solo ad alcune contraddizioni presenti
nelle prime dichiarazioni, ma anche alle strane circostanze della
morte di Papa Luciani: una diagnosi senza fondamento (infarto acuto
al miocardio e, oltretutto, istantaneo), pronunciata da medici che
non conoscono Luciani come paziente, senza l’esecuzione di un’autopsia
(che ufficialmente non ebbe luogo), dato che Luciani era in buona
salute e non aveva avuto precedenti problemi cardiaci; inoltre, il
modo in cui si trova il cadavere non corrispondeva al quadro tipico
dell’infarto: non vi era stata lotta contro la morte, aveva
dei fogli di carta in mano, come se stesse ancora leggendo; una informazione
manipolata intorno al ritrovamento del corpo e le circostanze della
morte; il silenzio imposto a suor Vincenza, la religiosa che scoprì
il cadavere, e altre pressioni esercitate su istituzioni e persone;
una paura diffusa a esprimersi sul tema; la segretezza dell’autopsia
(ove fu eseguita), secondo la quale il Pontefice sarebbe morto a causa
di una dose fortissima di un vasodilatatore; importanti decisioni
prese da Giovanni Paolo I di fronte alle oscure attività finanziarie
dello IOR e alla loro relazione col Banco Ambrosiano; distorsione
della sua figura, come malato non idoneo ad assolvere i doveri della
Cattedra di Pietro.
La sera del 28 settembre prima di cena Giovanni Paolo I ebbe uno
scontro duro con il Segretario di Stato Card. Villot. In quell’incontro
il Pontefice avrebbe presentato uno scenario di grandi cambiamenti
chiamando a ricoprire la carica di Segretario di Stato il Card. Benelli
e accettando le dimissioni dello stesso Villot. Lei cosa può aggiungere
o confermare a questo proposito?
Papa Luciani stava preparando una profonda riforma del Vaticano, aveva
un programma di cambiamenti, aveva già preso decisioni importanti.
Sono diverse le fonti che lo affermano. Per esempio, il documento
della persona di Roma, pubblicato da Camilo Bassotto nel suo libro
Il mio cuore è ancora a Venezia. “Si tratta di un documento
per certi versi eccezionale anche perché rivela la figura di un pontefice
inedita rispetto ad alcuni clichés abituali, pronto e determinato
nell’affrontare la responsabilità che gli era stata affidata”,
si commenta sulla rivista Humilitas del Centro Papa Luciani (Febbraio
1991). Lo testimonia anche don Germano Pattaro, il sacerdote veneziano
che Giovanni Paolo I portò con sé a Roma come consigliere teologico:
“Gli appunti che Luciani teneva in mano, morto, erano note circa
la conversazione che il Papa aveva avuto con il Segretario di Stato
Villot la vigilia della sua morte (non dunque l’Imitazione di
Cristo né la serie di altre cose, appunti, omelie, discorsi, etc,
indicate dalla Radio Vaticana: troppe cose, ed eterogenee per poter
essere tenute strette fra due dita)”.
Don Germano diede in quel momento a Camilo Bassotto una testimonianza
fondamentale su Papa Luciani , che aveva manifestato l’intenzione
di applicare il Concilio e il Vangelo: “Papa Luciani mi parlava
con piena padronanza dei suoi pensieri. Si capiva che li aveva nel
cuore. Facevano parte del patrimonio di sapienza che aveva ereditato
dal Concilio. Era sulla strada della profezia”.
Don Germano dichiarò anche qualcosa di realmente sorprendente. Giovanni
Paolo I già durante i pochi giorni di pontificato sapeva chi sarebbe
stato - e per di più a breve - il suo successore: “Sono lo strumento
di un disegno di Dio che mi supera e mi trascende. Per quanto tempo,
non lo so. Ma non sarà per molto. C’è già colui che prenderà
il mio posto. In conclave stava di fronte a me. Paolo VI l’aveva
preconizzato quando lo ascoltò nelle meditazioni tenute in Vaticano
durante gli esercizi spirituali nella quaresima del ‘77”.
In una singolare dichiarazione all’Ansa nel 1993 il Cardinale
Silvio Oddi affermò che Papa Luciani avrebbe potuto essere salvato
se non si fosse stati in presenza di un atteggiamento di negligenza
poiché la sera prima di morire accusò subito dopo cena una fitta al
cuore. Il Cardinale liquidò in ogni caso come inconsistente l’ipotesi
di omicidio. Alla luce di queste autorevoli dichiarazioni come spiega
il suo convincimento contrario?
“Giovanni Gennari, che fu professore al Seminario Diocesano
di Roma, testimonia, ufficiosamente, come un benedettino che lavorava
alla Segreteria di Stato lo informasse, lo stesso giorno della morte,
dell’avvenuta autopsia. Da questa si potè confermare la presenza
di una dose massiccia di un vasodilatatore, che sarebbe stato prescritto
il pomeriggio precedente per telefono dal suo medico personale di
Venezia, il dottor Da Ros. In realtà io non ho mai creduto che il
suo medico gli avesse prescritto un medicinale così controindicato.
D’altronde soltanto lui poteva smentire un particolare così
determinante che lo riguardava da vicino. Non fu per me una sorpresa
apprendere nel 1993, dopo quindici anni di silenzio, la dichiarazione
del dottor Da Ros intesa a confermare che Giovanni Paolo I stava bene
di salute, e che quel pomeriggio non gli prescrisse alcunché. Egli
ricordò che proprio quella sera parlò con il Pontefice che non fece
alcun accenno al presunto dolore al petto: “Suor Vincenza non
mi parlò di particolari problemi. Mi disse che il Papa aveva trascorso
la giornata come era solito”. Parlando per telefono di questo
argomento con Camilo Bassotto, ebbe a dirmi: “È incredibile,
non si capisce il perché, ma il dolore al petto è una pura invenzione”.
Il 31 d’agosto del 1978, il settimanale economico “Il
Mondo” pubblicava una lettera del suo direttore seguita da un
articolo molto critico dedicato alle ricchezze del Vaticano che direttamente
richiamava la fama di moralizzatore di papa Luciani. La morte del
Pontefice rese vano ogni proposito di cambiamento affacciato in questo
campo. Nel suo libro Lei sembra collocare questo scenario nel contesto
dei possibili moventi. Su quali basi obiettive?
Il 14 maggio 1989 la cosiddetta persona di Roma (a nostro avviso il
cardinale Pironio) inviò una relazione a Camilo Bassotto, amico personale
di Papa Luciani e testimone principale della fonte veneziana. La relazione
non è anonima, ma richiedeva di essere pubblicata senza firma: “Il
posto che occupo non me lo consente, almeno per ora” dice il
misterioso informatore. Secondo la suddetta relazione, Giovanni Paolo
I aveva un programma di cambiamenti, e aveva già preso decisioni importanti,
perfino pericolose. Per esempio, far cessare l’affarismo in
Vaticano, destituire il presidente dello IOR (il vescovo Marcinkus),
far fronte alla massoneria e alla mafia: “La Chiesa non deve
avere potere, né deve possedere ricchezze”, “Il presidente
dello IOR deve essere sostituito”, “Io ho già patito da
vescovo amarezze e offese per fatti legati al denaro; non voglio che
ciò si ripeta anche da Papa. La Banca Vaticana deve essere integralmente
riformata”, “La massoneria, coperta o scoperta, come la
chiamano gli esperti, non è mai morta, è più viva che mai. Come non
è mai morta quell’orribile cosa che si chiama mafia. Sono due
potenze del male. Dobbiamo porci con coraggio davanti alle loro perverse
azioni”, “È un discorso che un giorno affronteremo con
più chiarezza davanti a tutti”. Tutto questo si è cercato di
nasconderlo. Nonostante abbia una chiara rilevanza storica e giudiziaria.
Dal punto di vista dottrinale Papa Luciani aveva in più occasioni
manifestato la sua apertura rispetto alla “paternità responsabile”
e all’uso degli anticoncezionali. Qual è il suo pensiero rispetto
alla possibilità di iniziative in questo senso?
Il Concilio Vaticano II parlò di paternità responsabile. In questo
contesto, certe questioni che avevano bisogno di un’analisi
più accurata furono affidate da Paolo VI ad una commissione di esperti.
Nella commissione la maggioranza ritenne che il controllo artificiale
della natalità avesse la stessa moralità del controllo naturale, a
patto che il procedimento non fosse abortivo o non fosse clinicamente
controindicato, perché danneggiava la donna o il feto. Orbene, il
25 luglio 1968, Paolo VI pubblicò l’enciclica Humanae Vitae,
optando per la posizione minoritaria e accettando solo il controllo
naturale. La sorpresa fu grande. Era già controversa la obsoleta biologia
aristotelica e medievale, secondo la quale nel seme maschile sarebbe
contenuto tutto l’uomo in potenza, mentre la donna rimarrebbe
passiva nella procreazione. Oggi sappiamo che il nuovo essere umano
comincia con la fecondazione dell’ovulo femminile.
Come è noto, in data 29 luglio 1968, il vescovo Albino Luciani scrisse
ai suoi diocesani: “Confesso che - pur non lasciandolo trapelare
nello scritto - mi auguravo nel mio intimo che le gravissime difficoltà
esistenti potessero venire superate e che la risposta del Maestro
che parla con speciali carismi e in nome del Signore, potesse coincidere,
almeno in parte, con le speranze concepite da molte coppie dopo che
era stata costituita un’apposta Commisione Pontificia per esaminare
la questione”.
Del resto, in una conferenza sull’amore coniugale e l’educazione
familiare, che il vescovo Luciani aveva tenuto a Mogliano Veneto nel
maggio del 1968 e che tutt’ora conservo su nastro, egli terminava
dicendo: “Speriamo che il Papa possa dare una parola liberalizzatrice”.
È quello che molti aspettavano.
Lei è considerato un irriducibile avversario dell’“Opus
Dei”. Può motivarci le ragioni di una posizione così aspra?
L’Opus Dei ha sempre avuto un carattere “preconciliare”.
E infatti lo scontro tra l’Opus Dei e il rinnovamento ecclesiale
è un dato costante sia nel corso del Concilio sia nel periodo successivo.
Il sociologo Alberto Moncada, per un certo tempo affiliato all’Opus,
afferma che il Concilio rendeva inquieto Escrivá, il quale pensava
che lo stesso diavolo si era installato al Vertice della Chiesa. Lo
stile interno dell’organizzazione è totalizzante. Credono di
raggiungere la perfezione attraverso la sottomissione totale e l’obbedienza
cieca. Non a caso nel 1981 il cardinale Basil Hume intervenne per
raccomandare ai responsabili dell’Opus in Gran Bretagna il rispetto
per la libertà individuale nell’entrare e nell’uscire
dall’organizzazione e la libertà di scelta del proprio direttore
spirituale a prescindere o meno della sua appartenenza all’Associazione.
Nel mio ultimo libro El día de la cuenta viene affrontato il ruolo
dell’Opus nel pontificato wojtyliano. A mio avviso il movimento
è stato al servizio dell’involuzione ecclesiale, che oggi viene
fatta addirittura passare come modello di rinnovamento Conciliare.
Ma una cosa è chiara. I papi che hanno condotto il Concilio - Giovanni
XXIII e Paolo VI -, sono stati osteggiati dall’Opus. Giovanni
Paolo I aveva anche un atteggiamento molto critico nei suoi confronti.
In Spagna lo consideravamo rappresentante di un tipo di cattolicesimo
superato dal Concilio, che aveva perso potere con la morte di Franco.
Poi è venuto l’aiuto di papa Wojtyla. Ma, come non ricordare
che, in Cile, all’apogeo della repressione di Pinochet, il fondatore
dell’Opus dichiarò in una conferenza del 1974: “Io vi
dico che quel sangue era necessario”.
Nel Febbraio del 2001, Camilo Bassotto, responsabile principale della
fonte veneziana di Papa Luciani, mi scriveva quanto segue: “Papa
Luciani non avrebbe mai istituita la Prelatura, né tanto meno avrebbe
beatificato Escrivá de Balaguer. Non amava l’Opus Dei”.
Affermare il contrario “è una menzogna”.